Gestione della zattera dopo l’atterraggio sulla costa: le operazioni che ti mettono al riparo da danni e reclami

Quando si tocca terra con la zattera dopo un’emergenza, la parte difficile non è finita. È qui che iniziano le mosse che fanno la differenza tra un rientro pulito e una scia di danni, contestazioni e tempi morti. Scrivo sul campo: dopo un lungo tratto tra Eolie e Malta, di sbarcati notturni ne ho vissuti e raccontati. In queste righe metto in fila ciò che faccio e consiglio ai lettori che mi scrivono dopo un atterraggio sulla costa.
Prima le persone, poi la zattera
La priorità assoluta resta mettere al sicuro equipaggio e soccorritori. Portate tutti oltre la linea di battigia, al riparo dal frangente e dal vento. Coperte termiche, liquidi caldi se disponibili, e controllo rapido di ferite ed escoriazioni. Se avete attivato un EPIRB o un AIS-MOB, comunicate al 1530 (o 112) che siete a terra e in sicurezza: eviterete un dispositivo di ricerca prolungato e successive contestazioni.
Solo dopo, pensate alla zattera. Tenetela in acqua fino a quando non potete trascinarla senza strusciarla su rocce o cemento. L’obiettivo è evitare tagli al telo e abrasioni ai tubolari: ogni danno “post-evento” complica la perizia assicurativa.
Messa in sicurezza sul punto di atterraggio
Stabilito un perimetro d’azione, lavorate con metodo. Ecco le operazioni che faccio ogni volta:
- Assicurate la zattera con una cima a un punto stabile a terra. Se avete un piccolo ancorotto da spiaggia, utilizzatelo per tenerla al galleggio appena fuori dal frangente.
- Disattivate fonti di accensione: razzi esausti, fuochi a mano, stroboscopiche. Non lasciate pirotecnici sparsi: sono rifiuti speciali, gestiteli come tali.
- Non usate coltelli per sgonfiare. Aprite le valvole di sfiato previste. Eviterete lacerazioni che un perito può leggere come “manomissione”.
- Raccogliete dotazioni e sacche galleggianti disperse. Inventariatele subito: un elenco scritto con orario e posizione vi salva in fase di rimborso.
- Se la costa è sporca di sabbia o alghe, stendete sotto i tubolari un telo, un giubbotto o un salvagente per ridurre l’attrito.
In parallelo, iniziate la documentazione: foto panoramiche, dettagli dei punti di usura, marcature del costruttore, piombature e sigilli. Ogni scatto con geolocalizzazione è oro quando si aprirà il fascicolo del sinistro.
Documentazione e contatti: costruire la “catena di custodia”
Mi è capitato di recente a Vulcano: sbarco notturno, frangente corto. La zattera ha toccato due volte il lastrone lavico. Niente di grave, ma alle 06:30 avevo già inviato a armatore e assicurazione un pacchetto con 20 foto, coordinate, elenco dotazioni recuperate e registrazione della chiamata al 1530. Risultato: pratica liscia e zero discussioni.
Fate lo stesso. Oltre alle foto, annotate su un taccuino o sul telefono: orario dello sbarco, condizioni meteo, nominativi presenti, numero di serie della zattera e della bombola, eventuale attivazione EPIRB/AIS e orario di cessazione allarme. Se la barca madre non è ancora al sicuro, segnalatelo: evita interpretazioni errate su “abbandono non necessario”.
Contattate subito l’armatore (se siete in charter) o il vostro centro assistenza autorizzato. Mai ripiegare o richiudere la zattera “fai da te”: si perdono evidenze tecniche cruciali per l’analisi del costruttore e si rischiano contestazioni.
Pulizia dolce e conservazione temporanea
Se resta del tempo in sicurezza, fate una pulizia minima. Acqua dolce, senza detergenti: l’obiettivo è togliere sale e sabbia che continuerebbero a lavorare sulle guarnizioni. Non strofinate le cuciture. Se potete, asciugate all’ombra con ventilazione naturale. Evitate l’asciugatura in pieno sole: i tubolari caldi accumulano pressione e possono deformare valvole e incollaggi.
Per lo stivaggio provvisorio, lasciate la zattera parzialmente sgonfia, valvole chiuse, protetta da un telo traspirante. Non stringete con cinghie dure: lasciate volume sufficiente per non lasciare pieghe “a memoria”. Tenete batterie, razzi e farmaci d’emergenza separati in un sacco asciutto, etichettato.
Consegna al centro assistenza e rapporti con l’assicurazione
Concordate il ritiro o il conferimento presso un centro autorizzato del marchio. Io chiedo sempre: presa in carico scritta, rilievo fotografico in officina, diagnosi preliminare e tempi per il rapporto tecnico. Questi passaggi proteggono voi e chi vi assiste.
Per l’assicurazione, preparate un dossier snello: modulo sinistro, foto geolocalizzate, copia della chiamata al 1530, dichiarazioni di testimoni, log di bordo, elenco dotazioni mancanti o danneggiate. Se la zattera è di un charter, fate transitare ogni comunicazione attraverso la società: eviterete il rimpallo tra polizze e cauzioni.
Un dettaglio che spesso salva giorni: chiedete al centro assistenza di sigillare e custodire componenti critici (valvole, bombola, piombature) fino alla chiusura peritale. È la vostra “catena di custodia”.
Aspetti legali essenziali
Dopo l’atterraggio, avvisate la Guardia Costiera della cessazione emergenza e del recupero dei pirotecnici usati. In molte Capitanerie potete concordare il conferimento dei razzi esausti in giornata o entro poche ore. Non lasciate nulla sulla spiaggia: oltre a essere pericoloso, è facilmente sanzionabile.
Se vi muovete nel diporto, ricordate che dotazioni, manutenzione e modalità d’uso della zattera devono rispettare quanto previsto dal Codice della nautica da diporto. L’apertura non motivata di una zattera, o lo smaltimento improprio di parti e pirotecnici, può generare verbali e contenziosi. Stessa cosa per un allarme non chiuso: se un EPIRB resta attivo, il coordinamento SAR potrebbe registrarvi come dispersi anche se siete già al bar di porto.
Errori tipici da evitare
- Trascinare la zattera sgonfia su sabbia o scogli: crea microtagli invisibili che vi faranno discutere ore con il perito.
- Forare i tubolari per “far prima”: equivale a manomissione.
- Richiuderla e legarla stretta: appiattisce guarnizioni e invalida l’ispezione tecnica.
- Dimenticare di chiudere l’allarme EPIRB/AIS: genera costi e possibili addebiti.
- Non fare un inventario delle dotazioni: senza lista, le perdite diventano “contestabili”.
Un caso capitato di recente
Un lettore, rientrando da sud con mare residuo di Scirocco, è atterrato in una cala riparata della costa ragusana. Zattera aperta correttamente, tutto l’equipaggio a terra in buono stato. Nel trascinare, hanno rigato il telo contro un gradino di roccia. Mi ha chiamata all’alba: “Che faccio adesso?”. Gli ho fatto fare tre cose in dieci minuti: foto geolocalizzate (panoramica e dettaglio del graffio), chiamata al 1530 per comunicare fine emergenza e accordo per i pirotecnici, appuntamento con il centro assistenza più vicino. A metà mattina, dossier inviato all’assicurazione. Esito? Danno riconosciuto, nessun rilievo per uso improprio e cauzione del charter restituita.
La lezione: la parte “a terra” conta quanto la gestione in mare. La zattera è un bene di sicurezza, ma è anche un oggetto tecnico certificato; ogni gesto dopo l’atterraggio lascia tracce che qualcuno leggerà. Se sono ordinate e documentate, parlano a vostro favore.
Check rapido prima di congedarvi dalla spiaggia
Prima di chiudere la giornata, verificate: allarmi spenti, rifiuti speciali presi in carico, zattera protetta e documentata, contatti avviati con assistenza e assicurazione, equipaggio reidratato e registrato. In notturna, ho imparato che dieci minuti di ordine in più risparmiano giorni di pratica in meno.
È il motivo per cui continuo a ripeterlo nei miei corsi dopo Malta e le Eolie: l’emergenza finisce davvero solo quando avete messo in sicurezza persone, mezzi e prove. La costa non è il traguardo, è il vostro ultimo miglio di professionalità.

